la libertà non ama i clichès…
io voglio la vita più vera che c'è.
E' questo un brano del ritornello della canzone che – casualmente o no – è stata scelta come colonna sonora della giornata del 9 aprile, e che racchiude bene gli intenti, i desideri, le speranze che hanno alimentato le intense giornate e le lunghe nottate precedenti alla manifestazione. Raccontano di una voglia di essere protagonisti del proprio tempo, della ricerca di una condivisione di esperienze e di pratiche per sentirsi meno soli e più forti. Esprimono la volontà di voler finalmente raccontarsi in prima persona, ognuno con le proprie difficoltà, le proprie ambizioni, il proprio progetto di vita che non nessuno vuole abbandonare e nemmeno più rimandare.
E' stata questa, in estrema sintesi, la sfida lanciata dalla piazza del 9 aprile che ha portato in piazza, in tutta Italia, decine di migliaia di lavoratori precari, autonomi, finto-dipendenti, intermittenti dello spettacolo, studenti.
Dopo ogni appuntamento, è inevitabile tracciare un bilancio che ne valorizzi i punti di forza, i risultati ottenuti e le criticità. Il primo risultato è stato senza dubbio l'essere riusciti a creare una rete di soggetti e associazioni, talvolta molto piccole, fino ad ora disperse e lontane tra loro per pratiche politiche e orientamenti sociali e culturali: praticanti avvocati, giornalisti, ricercatori, imprenditori, sindacalisti, giovanili di partito, vincitori di concorso non assunti, lavoratori portuali, intermittenti dello spettacolo, reti di studenti, operatori di call center.
Sensibilità e percorsi così diversi, incontrandosi, hanno permesso un confronto ed una contaminazione reciproca che ha innescato un circolo virtuoso dirompente per efficacia, creatività e elaborazione di contenuti e proposte. Riuscendo a portare in primo piano il tema della precarietà anche all'interno di quei soggetti e quelle organizzazioni, come la CGIL, che fino ad ora si erano relazionate al tema della precarietà, della questione generazione, dell'estensione dei diritti e del welfare in modo tiepido e poco incisivo. La contaminazione, l'essere riusciti a fare tutti più o meno un piccolo passo indietro rispetto alle proprie posizioni e pratiche per farne uno più lungo tutti insieme ha permesso di avviare un meccanismo di fiducia e di riconoscimento reciproco indispensabile per la riuscita della manifestazione.
L'essere uomini e donne del proprio tempo va anche dimostrato, agito, e non solo declamato. L'organizzazione del 9 aprile ha dimostrato anche questo: c'è una generazione che si muove con grande disinvoltura, senza timore reverenziale, nel periglioso terreno dell'arena politica e mediatica, ed è capace di incidere su di essa sperimentando linguaggi e forme comunicative e politiche diverse, innovative. La manifestazione ha ottenuto un altro grande risultato: l'essere riuscita a farsi largo e imporsi nell'agenda politica e mediatica in un momento in questa era ed è totalmente assorbita dalle ormai consuete vicende giudiziarie del nostro Presidente del Consiglio, dal dibattito sul nucleare a seguito del terremoto in Giappone, dalla guerra in Libia e le sue conseguenze sulla politica estera e sull'afflusso di migranti nel nostro paese.
Non sì è solamente imposta, ma ha anche spostato l'attenzione del dibattito sulla precarietà non più nella ormai ritrita contrapposizione tra garantiti e non garantiti, ma ha mostrato chiaramente che il problema non è lì. Nessuno pensa di togliere a chi ciò che ha se l'è sudato e guadagnato con una vita di lavoro. Essere riusciti a spostare l'asse del dibattito significa aver introdotto al suo interno delle proposte concrete di ripensamento del welfare, affinché possa essere veramente universale: continuità di reddito, accesso al credito, diritto all'abitare. Se da un lato si è sollevata la questione declinandola a partire dai diritti negati ai precari, dall'altra si è espressa in modo chiaro la questione della rappresentanza. Una generazione di giovani ventenni e trentenni che si è stancata di portare sulle spalle la croce di una crisi di un sistema produttivo e un modello di welfare che si tiene in piedi soprattutto grazie a ciò che a questa generazione è negato.
Sollevando con forza il desiderio di rappresentarsi, di raccontarsi e di mettersi alla prova, perché l'Italia di oggi è uno specchio in cui non si riconosco e non hanno nessuna intenzione di delegare ad altri la propria voce.
Promettendo – tutti quanti – che il 9 Aprile è stato solo l'inizio.



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